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I memoriali ideati e realizzati da Edvard Ravnikar negli anni ‘50 sono caratterizzati da un’inedita forza espressiva ed evocativa, a fronte di una evidente quanto matericamente ricca essenzialità formale. Tale essenzialità, che William Curtis definisce come «resonant abstraction» nella prefazione alla monografia edita nel 2010, appare ancora più vivida se la si colloca nel più ampio contesto della produzione di memoriali avviata in tutta la Jugoslavia all’indomani del termine del conflitto: nei sacrari alle vittime del nazifascismo progettati da Ravnikar si riconosce solennità pur non essendovi traccia di monumentalità ipertrofica, e la figurazione – o comunque la rappresentazione esplicita dei simboli – lascia spazio all’astrazione e a raffinate allusioni evocative. In queste opere, grazie al modo di disporre misurati oggetti architettonici, è l’intero paesaggio che viene reso eloquente dalla regia invisibile di Edvard Ravnikar e, come nei monumenti dell’antichità, si forma una catena di ricordi che non sarebbe possibile attivare senza il legame con la natura. Ci si trova allora in luoghi dove si sente qualcosa indipendentemente dalle conoscenze acquisite a priori: questo accade perché queste opere riescono a traghettare principi eterni, espressi con un linguaggio che trascende gli stili. Questa sezione della mostra si apre tratteggiando il modo in cui i memoriali sono capaci di restituire il vasto mosaico culturale di Ravnikar. Un mosaico che include l’arte contemporanea (1), gli elementi della tradizione slovena e dell’arte primitiva (2), la psicologia (3), così come i fondamenti delle teorie percettive e della visione (4). Successivamente, viene presentata una selezione di immagini e disegni di archivio di due opere realizzate.
  1. I memoriali come sintesi del mosaico culturale di Edvard Ravnikar
  2. Il cimitero degli ostaggi di Draga, 1952
  3. Il cimitero dei combattenti del III battaglione della Brigata Prešeren a Goreljek, 1953.

Stanze della mostra