- Mostra della sedia italiana nei secoli alla XI Triennale di Milano, 1951
- Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, 1948-1954
- Casa-museo di Cristoforo Colombo, Genova, 1955
- Sistemazione museale della Raccolta Grassi, Villa Reale (già Villa Belgiojoso), Milano, 1957-59

Allestimento della mostra “La sedia italiana nei secoli"
IX Triennale di Milano, Milano, 1951

L’allestimento della mostra si sviluppa come un percorso architettonico articolato, in cui le sedie esposte assumono il ruolo di protagoniste in scena. Pedane e gradini disegnano una promenade espositiva su più livelli, permettendo una visione dinamica e mutevole. Il visitatore è guidato lungo un tracciato che alterna rampe e piattaforme, costruendo un itinerario fluido, senza un unico punto di vista privilegiato. Il sottile corrimano continuo enfatizza l’andamento del percorso e l’unità spaziale dell’allestimento. L’intero sistema non si limita a mostrare una sequenza cronologica di sedie, ma trasforma l’esposizione in un’esperienza scenografica, in cui spazio e oggetti esposti dialogano in un equilibrio studiato tra narrazione e struttura.

Allestimento della mostra “La sedia italiana nei secoli"
IX Triennale di Milano, Milano, 1951

Lo schizzo evidenzia le prime intuizioni di Gardella nella definizione del percorso espositivo. Il disegno sintetizza un’idea di spazio in divenire, in cui la sequenza delle pedane, disposte in un andamento libero e non lineare, si sviluppa come un movimento continuo. Già in questa fase emerge il concetto di articolazione fluida, in contrasto con un semplice allestimento statico. Le linee spezzate suggeriscono il futuro assetto del tracciato, con variazioni di quota che guidano la disposizione delle sedie, creando un effetto di accelerazione visiva. Questo primo studio dimostra come Gardella ricerchi fin dall’inizio una struttura espositiva capace di mettere in scena il rapporto tra il visitatore, lo spazio e gli oggetti esposti, trasformando il percorso in una sequenza ritmica e coinvolgente.

Allestimento della mostra “La sedia italiana nei secoli"
IX Triennale di Milano, Milano, 1951

Questo disegno della pianta mostra un livello di definizione maggiore, tracciando con precisione il percorso espositivo e le variazioni di quota. L’organizzazione dello spazio segue una logica fluida, evitando schemi rigidi: il visitatore è accompagnato in un movimento che si espande e si contrae, offrendo prospettive sempre nuove. Le pedane rettangolari, su cui le sedie vengono esposte, sono differenziate attraverso l’uso del colore, mentre la disposizione degli oggetti rispetta un ordine cronologico che non impone gerarchie fisse, ma valorizza ciascun pezzo nel contesto dell’allestimento. Questa fase di progetto evidenzia l’approccio di Gardella alla progettazione espositiva, in cui ogni elemento è studiato per contribuire a un’esperienza spaziale misurata e teatrale.

Allestimento della mostra “La sedia italiana nei secoli"
IX Triennale di Milano, Milano, 1951

Il disegno definitivo della mostra sintetizza il principio spaziale elaborato da Gardella: una sequenza di piani articolati, collegati da rampe e scalinate, organizza l’esposizione in un sistema dinamico. Le diverse quote permettono un’interazione visiva tra le aree, rendendo ogni punto del percorso parte di un sistema unitario. La continuità tra le pedane e la presenza del corrimano, che segue con precisione l’andamento del percorso, rafforzano la leggibilità dell’insieme. La mostra non si limita a presentare una collezione di oggetti, ma diventa un vero e proprio spazio architettonico, dove il visitatore è invitato a esplorare e osservare in un dialogo costante con gli elementi esposti. Gardella trasforma così la semplice esposizione di sedie in un itinerario narrativo e spaziale, capace di combinare rigore formale e libertà percettiva.

Padiglione di Arte Contemporanea
Milano, 1948‒1954

Il Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC), inaugurato nel 1954, nasce come spazio espositivo dedicato alle mostre temporanee, complementare alla collezione stabile della Galleria d’Arte Moderna esposta all’interno della ex Villa Reale di Milano, edificio neoclassico progettato da Leopoldo Pollack alla fine del Settecento assieme al parco all’inglese.
Il PAC si sviluppa come un organismo autonomo, rispettando i confini del lotto e aprendosi unicamente verso il giardino. La lunga vetrata continua sul parco definisce la relazione tra interno ed esterno, trasformando il paesaggio in un’estensione dello spazio espositivo. Da questa prospettiva si leggono chiaramente i diversi livelli che scandiscono il percorso museale: la galleria inferiore, destinata alla scultura, affacciata sul verde; le navate della pittura, a quota +0,9 m; la galleria superiore, a quota 4,10 m, dedicata all’esposizione dei disegni, con un’illuminazione zenitale controllata; e infine il ballatoio, che collega visivamente i due livelli e funge da elemento di connessione architettonica.

Padiglione di Arte Contemporanea
Milano, 1948‒1954

La galleria inferiore, destinata all’esposizione di sculture e installazioni tridimensionali, si distingue per la sua relazione diretta con il giardino. Il lungo nastro vetrato che percorre l’intera facciata consente alla luce naturale di entrare liberamente, mettendo in continuità lo spazio interno con il paesaggio esterno. La pavimentazione in marmo bianco di Carrara enfatizza il carattere luminoso e arioso dell’ambiente, che può estendersi oltre il perimetro del museo, integrandosi con il parco. L’edificio è concepito come un percorso in cui il visitatore si muove tra diversi livelli espositivi, divenendo parte attiva della scena. Solo alla fine del tragitto si apre la vista sul giardino, che non è un semplice sfondo ma parte integrante dell’esperienza espositiva. Gardella evita aperture sulla città, concentrando il progetto su un unico rapporto con la natura, rafforzato dalla doppia articolazione del fronte vetrato, che accentua la fusione tra spazio museale e paesaggio.

Padiglione di Arte Contemporanea
Milano, 1948‒1954

Le sale del piano superiore, destinate all’esposizione di opere su carta, sono spazi più raccolti e caratterizzati da un attento controllo della luce. Il soffitto è progettato con superfici inclinate che orientano la luce indiretta sulle pareti espositive, evitando ombre e contrasti eccessivi. L’illuminazione naturale è integrata da lucernari continui, posizionati tra le murature perimetrali e le coperture a falda, che diffondono la luce in modo radente lungo le pareti. Questo sistema permette di valorizzare le opere esposte senza alterarne la percezione cromatica, garantendo un’atmosfera equilibrata e adatta alla conservazione. Il legno dei pavimenti contribuisce a conferire un carattere più intimo e accogliente, differenziando questi spazi dalla grande sala al piano terra.

Padiglione di Arte Contemporanea
Milano, 1948‒1954

Il dettaglio del controsoffitto evidenzia il sofisticato sistema di illuminazione progettato per il PAC. La luce zenitale, filtrata da velari traslucidi, è regolata da un sistema di lamelle metalliche che orientano e diffondono la luminosità sulle superfici espositive. Questa soluzione permette di calibrare con precisione l’intensità luminosa, garantendo un’illuminazione equilibrata che accompagna la lettura delle opere. L’attenzione alla qualità della luce è centrale nel progetto di Gardella, che imposta un sistema flessibile e controllato, capace di valorizzare ogni ambiente espositivo con una luce omogenea e misurata.

Padiglione di Arte Contemporanea
Milano, 1948‒1954

Il grande ambiente trapezoidale al piano terra, dedicato alla pittura, è concepito come un volume in cui la luce e lo spazio si intrecciano in una sequenza fluida. Lo spazio è scandito da setti murari sottili che definiscono le aree espositive, mentre la galleria superiore si apre su di esso attraverso il ballatoio continuo. L’illuminazione naturale, filtrata dai lucernari zenitali, è modulata da velari traslucidi e lamelle metalliche, che diffondono la luce in modo omogeneo, evitando contrasti netti. Il PAC si configura come un percorso articolato su più livelli, in cui i visitatori si muovono tra le opere diventando parte integrante della scena. Gardella trasforma lo spazio museale in un ambiente in cui le opere non sono solo esposte, ma messe in scena. Il museo non è più un contenitore neutro, ma un luogo che coinvolge, sorprende e costruisce un’esperienza dinamica tra architettura e arte.

Casa-museo di Cristoforo Colombo
Genova, 1955

Nel 1954 Ignazio Gardella riceve l’incarico di restaurare la Casa di Cristoforo Colombo a Genova e di trasformarla in museo. L’edificio, di piccole dimensioni ma di grande valore simbolico, si trova nell’angolo occidentale di Piazza Dante, un contesto urbano profondamente modificato nel corso del Novecento. Il piano regolatore degli anni ’30 ha trasformato l’area in un centro direzionale, lasciando come unici frammenti della città medievale la Porta Soprana, il Chiostro di Sant’Andrea e la casa del navigatore. Gardella interpreta il progetto come un confronto tra storia e modernità: propone un involucro poligonale che avvolge la preesistenza senza cancellarla, isolandola dalla città e al tempo stesso mettendola in relazione con il nuovo tessuto urbano. La planimetria riflette questa doppia tensione, articolando un percorso che conduce il visitatore attraverso una lettura stratificata della memoria del luogo.

Casa-museo di Cristoforo Colombo
Genova, 1955

Il progetto di Gardella prevede la conservazione delle mura perimetrali della casa e la loro integrazione in un nuovo volume, concepito come un guscio protettivo. Nelle sezioni è evidente il dialogo tra la struttura originaria e l’involucro espositivo, che definisce un percorso interno articolato su più livelli. Il visitatore è guidato da rampe e pianerottoli sospesi, che consentono di osservare i resti della casa da punti di vista differenti. La luce naturale, proveniente dall’alto, illumina il nucleo antico, rafforzando la percezione della sua matericità. Gli spazi tra il vecchio e il nuovo si trasformano in luoghi di esposizione, con teche dedicate ai cimeli colombiani. Il progetto non si limita a una ricostruzione didascalica, ma costruisce un’esperienza spaziale articolata, in cui il visitatore percorre la storia attraverso una successione di ambienti in tensione tra chiusura e apertura.

Casa-museo di Cristoforo Colombo
Genova, F1955

Nei prospetti emerge la contrapposizione tra la muratura in pietra della casa medievale e il progetto di Gardella. Il volume aggiunto è rivestito in scandole di ardesia, materiale tipico dell’architettura ligure, che ne enfatizza il carattere contemporaneo pur mantenendo un legame con il contesto. La copertura, rivestita in lastre di rame, si inserisce senza aggetti, accentuando la compattezza della composizione. Il fronte principale lascia in vista la facciata originale, incastonandola nella nuova struttura e separandola con una sottile linea d’ombra che evidenzia la giustapposizione tra le due epoche. La soluzione proposta da Gardella non è un semplice restauro conservativo, ma una reinterpretazione critica del rapporto tra antico e nuovo, in cui la stratificazione della memoria si traduce in un linguaggio architettonico contemporaneo.

Casa-museo di Cristoforo Colombo
Genova, 1955

La fotografia mostra la Casa di Colombo con la Porta Soprana sullo sfondo, testimoniando il contrasto tra la dimensione raccolta della preesistenza e la monumentalità delle mura medievali. Il progetto di Gardella, pur rispondendo a una precisa volontà museale, non è mai stato realizzato. Motivi economici, politici e di priorità hanno portato all’abbandono della proposta, lasciando la casa inalterata nel suo stato attuale. La mancata esecuzione ha privato Genova di un intervento capace di mettere in scena il valore storico del luogo attraverso un linguaggio innovativo. La visione di Gardella rimane un’importante riflessione sulla relazione tra architettura e memoria, sulla necessità di preservare il passato senza rinunciare alla possibilità di interpretarlo con strumenti contemporanei.

Sistemazione museale “Raccolta Grassi”
Galleria di Arte Moderna, Milano 1957‒1959

Nel 1957, Ignazio Gardella viene incaricato di progettare l’ampliamento della Galleria d’Arte Moderna di Milano per ospitare la Raccolta Grassi, una collezione donata al Comune da Nedda Mieli in memoria del marito Carlo Grassi. L’intervento si inserisce al secondo piano della Villa Reale, sede della GAM, riadattando spazi preesistenti e introducendo un nuovo collegamento verticale. Lo schizzo mostra il processo di trasformazione dell’accesso alla raccolta: Gardella demolisce la scala di servizio preesistente e studia diverse soluzioni prima di giungere a una rampa avvolgente che si sviluppa attorno a un pilastro ellittico. Il disegno rivela la volontà di superare la rigidità della griglia planimetrica della villa attraverso un percorso fluido e dinamico, in cui il visitatore è guidato verso il piano che ospita le opere esposte.

Sistemazione museale “Raccolta Grassi”
Galleria di Arte Moderna, Milano 1957‒1959

La fotografia mostra l’inizio del percorso espositivo, evidenziando la sinuosità della scala che si avvolge attorno al pilastro ellittico centrale. Il distacco dalle pareti accentua la leggerezza dell’intervento, creando un senso di fluidità che accompagna il visitatore con un andamento continuo. La pavimentazione in lastre di marmo, le sottili balaustre in ferro verniciato e la finitura lucida delle superfici rafforzano l’unità dell’ambiente. La scala non è solo un elemento di collegamento tra i livelli, ma un dispositivo spaziale che guida il movimento e modula la percezione, offrendo scorci inaspettati sulle opere e sull’architettura espositiva.

Sistemazione museale “Raccolta Grassi”
Galleria di Arte Moderna, Milano 1957‒1959

Il pianerottolo di arrivo conclude il percorso ascensionale con un’apertura visiva sull’ambiente sottostante, sottolineata dal piccolo balcone che si affaccia sul vuoto centrale della scala. Questo punto di arrivo non è solo un collegamento tra i livelli, ma una pausa nel percorso, uno spazio di osservazione da cui leggere la stratificazione dell’intervento. La rampa intermedia, visibile in basso, è dotata di una lunga vetrina incassata nella parete, che ospita parte della collezione esposta. La sequenza di salite e affacci, le variazioni di quota e le aperture tra un livello e l’altro costruiscono un sistema spaziale unitario e dinamico, in cui il visitatore è continuamente coinvolto in un movimento circolare che dissolve i confini tra architettura ed esposizione.